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Gli italiani in (precario) equilibrio tra Washington e Pechino

di Roberto Arditti

Ha serpeggiato per settimane nelle dichiarazioni al vetriolo del Presidente Trump e nelle allusioni sempre più frequenti dell’intelligence americana, poi di colpo il sospetto si è tramutato in certezza granitica, scolpita nelle parole lapidarie del Segretario di Stato Pompeo. Ci sono le prove, “a significant amount of evidence”, il virus è partito dal laboratorio di Wuhan sostiene Pompeo in un tonico attacco frontale in perfetto stile trumpista. “Clown bugiardi” replica il quotidiano del popolo voce ufficiale del Partito comunista cinese.

Insomma, la tensione tra Washington e Pechino è alle stelle, il COVID ha acceso una volta per tutte la miccia degli sconvolgimenti geopolitici.

 

Siamo al capolinea dell’egemonia americana? È cominciato il secolo cinese? Oppure si va verso un assetto multipolare in cui si moltiplicheranno i centri di potere?

La risposta a queste domande passa (soprattutto) per la guerra psicologica di questi mesi, quella fatta di gesti simbolici capaci di sovvertire anche le alleanze più consolidate. Gesti come lo sbarco in pompa magna dei medici cinesi a Malpensa o come il video, condiviso da Trump sui suoi profili social, delle frecce tricolori che solcano il cielo sulle note della Turandot.

Eppure gli italiani, a giudicare dai dati SWG, sembrano respingere ogni tentativo di corteggiamento.

Cina, Usa e anche Russia (sebbene in maniera minore) attirano critiche e pareri negativi. Tutti e tre bocciati da gran parte dei cittadini del nostro Paese sia nella gestione dell’emergenza sanitaria sia nella loro affidabilità internazionale.

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In particolare, ci sono due aspetti degni di nota.

Il primo è che gli Stati Uniti sono considerati una potenza in declino, viceversa la Cina è vista come una forza in ascesa.

Il secondo è che la percepita avanzata di Pechino non sembra entusiasmare particolarmente gli italiani, con la stragrande maggioranza dei cittadini che giudica la Cina uno Stato in cui non vorrebbe mai e poi mai vivere.

C’è la forza quindi ma non c’è la fascinazione, alla Cina manca quello stesso grande ascendente culturale che gli States con la musica, la moda e il cinema hanno esercitato sulla popolazione italiana nel dopoguerra.

Per il momento dunque la Cina appare “soltanto” un potentissimo gigante in ascesa che fa però fatica a scaldare i cuori degli italiani.