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Un sì al referendum che può terremotare il governo

di Roberto Arditti

Negli ultimi 15 anni la riforma della costituzione è rimasta una chimera per leader e partiti politici. Ma questa volta, a giudicare dai numeri, le cose andranno diversamente.

Per i fautori del taglio dei parlamentari si profila una vittoria schiacciante. È un sondaggio SWG a pronosticare una larga affermazione del “sì” nel referendum del 20 e 21 settembre. I dati lasciano spazio a pochi dubbi: una maggioranza bulgara (tra il 68% e il 72%) è pronta a suffragare nelle urne la riduzione degli scranni di Camera e Senato.

Uno scenario inedito se si considera la più recente storia repubblicana. Nel 2006 uno tsunami di “no” (61% vs 39%) fece naufragare la revisione voluta dal governo Berlusconi e nel 2016 con proporzioni pressoché identiche (59% vs 41%) la riforma Renzi – Boschi venne sonoramente bocciata dagli elettori. Certo, in entrambi i casi si trattava di progetti di modifica ben più complessi e strutturati di quello sostenuto dal governo Conte ma siamo comunque di fronte ad una importante novità: dopo oltre un decennio gli italiani tornano a dire di “sì”.

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Sull’entità del risparmio originato dal taglio dei parlamentari le opinioni sono discordanti. Ma la riduzione della spesa, a differenza di quello che ci si potrebbe aspettare, non è in cima alle motivazioni del “sì”. A spingere gli elettori a sostenere la riforma c’è soprattutto la convinzione che 945 parlamentari sia un numero eccessivo per il buon funzionamento delle istituzioni (48%).

Tra chi dice “no” invece le critiche che vanno per la maggiore sono due: la mancanza di un disegno organico che comprenda anche la legge elettorale (37%) e la riduzione del principio di rappresentanza (36%).

C’è poi un altro elemento inconsueto che, a giudicare dai dati SWG, si paleserà nella consultazione referendaria ed è quello che riguarda la trasversalità politica del fronte del “sì”.

In un’Italia che perfino nel pieno di una pandemia si mostra divisa su ogni questione, la sforbiciata al numero dei parlamentari sembra invece mettere d’accordo tutti (o quasi) gli elettori dei principali partiti.

A confermare la riforma sarà ben il 96% dei supporter pentastellati. Numeri granitici ma nessuna sorpresa visto che il taglio degli eletti è da sempre il pezzo forte del M5S, la definitiva consacrazione delle battaglie anti-casta dei padri fondatori Grillo e Casaleggio.

Più freddi invece gli alleati del Partito Democratico costretti ad ingoiare il rospo in nome della stabilità governativa (il PD per tre volte aveva votato contro la riduzione). E così a fronte del 58% dei sostenitori Dem disposto a seguire la linea ufficiale, c’è un 42% che non seguirà l’indicazione arrivata dal Nazareno.

Convinti difensori del “sì” sono anche gli elettori del centrodestra (78% Lega e 68% Fratelli d’Italia). A dimostrazione del fatto che il referendum non sarà materia di contesa politica anche perché sia Meloni che Salvini hanno annunciato il proprio sostegno alla riforma lasciando da sola Forza Italia a difendere le ragioni del “no”.

Un consenso bipartisan che blinda la legislatura, saranno infatti in pochi a voler andare ad elezioni anticipate con 345 seggi disponibili in meno. Ma basterà per mettere al sicuro il governo Conte? Molto dipenderà dai risultati nelle Regioni che, stando ai sondaggi, non sembrano essere particolarmente lusinghieri per i "giallorossi". Ecco allora che il combinato disposto referendum – regionali rischia di consegnarci un unico scenario possibile: stessa maggioranza ma con un esecutivo rinnovato.