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Il Draghi "senza freni" piace agli italiani (Erdogan è avvisato)

di Roberto Arditti

Prima la strigliata all’Europa sull’export dei vaccini, poi la scelta della Libia come prima visita all’estero da premier per difendere gli interessi strategici italiani e infine la netta presa di posizione nei confronti del presidente turco Erdogan definito, senza troppi giri di parole, “un dittatore”. Tre indizi che, messi insieme, fanno una prova inequivocabile: con la leadership di Mario Draghi si apre una stagione di forte interventismo in politica estera che nel nostro Paese non si vedeva da tempo.

 

La sfida del presidente del Consiglio si gioca così su due fronti distinti ma fortemente interconnessi. Il primo è quello interno con la scommessa ragionata delle riaperture e l’accelerazione della campagna vaccinale sulle quali il premier ha investito una grossa parte del suo capitale politico. Il secondo (altrettanto incandescente) è quello esterno, dominato dalla necessità di riaffermare vigorosamente il ruolo italiano sullo scacchiere europeo con particolare attenzione alle dinamiche geopolitiche del Mediterraneo.

Con la “cura Draghi”, l’Italia punta dunque a riacquistare una parte da protagonista sulla scena internazionale e il quadro politico creatosi questa primavera appare particolarmente propizio per centrare l’obiettivo. Il tramonto della leadership di Angela Merkel che in autunno, dopo 16 lunghi anni, dirà addio al cancellierato e l’emorragia di consensi del Presidente francese Emmanuel Macron, aprono infatti un vuoto di potere senza precedenti nella storia dell’Unione post Trattato di Maastricht.

La strada è dunque spianata per Super Mario che, a partire dalle sue prime mosse, ha dimostrato un approccio in politica estera più muscolare e meno remissivo rispetto a quello dei suoi recenti predecessori. Una linea interventista che, come ci mostra l’ultima rilevazione SWG, viene accolta con ampio favore dai cittadini italiani.

 

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L’esigenza di un maggior protagonismo in politica estera incontra quindi un forte consenso nell’opinione pubblica italiana. A partire dalla Libia, Paese in cui Draghi ha voluto compiere la sua visita all’estero mandando così un chiaro messaggio a tutte le potenze impegnate nell’intricato Risiko del Mediterraneo.

La missione di Draghi va nella direzione giusta secondo la maggioranza dei cittadini. Per il 69% degli intervistati l’Italia dovrebbe infatti fare forti pressioni sul Governo di Tripoli per migliorare la situazione umanitaria dei migranti. Mentre il 57% si dice convinto che il nostro Paese debba ad ogni costo assumere un ruolo politico ed economico più rilevante nel Nord Africa.

Ed è proprio in Libia, per la precisione in Tripolitania, che si concentrano gran parte degli interessi energetici e militari della Turchia. Ecco allora che più che una esternazione fuori dalle righe, il j’accuse di Draghi ad Erdogan assume il sapore di un avvertimento diplomatico per ribadire che l’Italia non intende rimanere spettatrice inerme del “grande gioco” libico.

 

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L’affermazione di Draghi sul Presidente turco (“Un dittatore di cui però si ha bisogno”) è stata apprezzata dalla stragrande maggioranza degli italiani. Per il 38% si tratta infatti di una posizione giusta e il 23% invoca addirittura la necessità di un pugno ancor più duro sostenendo che con Erdogan non bisogna in alcun modo scendere a compromessi.

Soltanto per il 18% si è invece trattato di uno sbaglio che rischia di avere ripercussioni negative sulle relazioni commerciali del nostro Paese.

Le prime mosse della politica estera draghiana raccolgono così una ampia approvazione tra i cittadini.

C’è però un caso su cui gli italiani manifestano ancora insoddisfazione, chiedendo all’esecutivo di agire in fretta. Da più di un anno infatti lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki è detenuto in Egitto, accusato dal governo del Cairo di propaganda sovversiva. Il 70% degli italiani chiede a gran voce la sua liberazione e tra questi il 43% spinge affinché gli sia concessa la cittadinanza.

Su questa vicenda gli italiani sperano dunque che Draghi faccia sentire energicamente la sua voce, nel solco di quell’interventismo che in Italia mancava da parecchio tempo.

 

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