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Fedez, il Masaniello digitale

di Roberto Arditti

In un’epoca in cui i leader politici giocano a fare gli influencer, è così impensabile che gli influencer scendano in politica?

È una domanda che si sono posti in tanti, dopo che la querelle tra Fedez e la RAI ha rivitalizzato un'edizione del Primo Maggio senza piazza e senza pubblico.

Per il Concertone diventare teatro di polemiche politiche non è di certo una novità, quest'anno però si è assistito a qualcosa di mai visto prima per almeno tre ragioni essenziali.

Innanzitutto, perché l’intervento di Fedez non si può equiparare a quello di altri artisti che in passato hanno voluto dire la loro dal palco del concerto romano. Fedez infatti non è più solo un rapper ed anzi negli ultimi anni lo è probabilmente sempre meno. È il creatore di un seguitissimo podcast in cui affronta i temi più disparati strizzando l’occhio all’attualità: cambiamento climatico, religione, diritti civili e libertà d'espressione, giusto per citarne alcuni. Ha poi un business in crescita spalmato su più società, collabora con grandi aziende italiane e internazionali ed è consulente digitale per gruppi bancari e assicurativi. Un imprenditore 2.0 al pari di sua moglie Chiara Ferragni che da qualche settimana è anche entrata nel consiglio di amministrazione di Tod’s, facendo volare in borsa il titolo della famiglia Della Valle. I Ferragnez sono così diventati una joint-venture sempre più “tentacolare”, che nell’ultimo anno si è resa protagonista di frequenti e fruttuose incursioni nel dibattito pubblico: la raccolta fondi in piena pandemia per il reparto di terapia intensiva del San Raffaele di Milano, l’attacco alla “cultura fascista” dopo il brutale omicidio di Colleferro e le critiche alla regione Lombardia per i ritardi nella campagna vaccinale (tanto per fare qualche esempio). Una presenza costante sulla scena nazionale che ha scatenato più di qualche rumors sulle future ambizioni politiche della coppia.

Siamo poi di fronte ad una novità perché, alla prova dei numeri, il “brand Ferragnez” si è dimostrato perfino più forte della televisione pubblica. Per capirlo basta fare un semplice confronto: il video dell’intervento del rapper postato sulla sua pagina Instagram ha totalizzato oltre 15 milioni di visualizzazioni mentre il concertone trasmesso su Rai 3 si è fermato a uno share di poco meno di 1.5 milioni di spettatori. Una differenza abissale che certifica l’ingresso in una nuova dimensione della sfera pubblica in cui i social media trionfano sui canali generalisti e in cui la personalizzazione primeggia sulle grandi organizzazioni. Non a caso l’arringa di Fedez è riuscita a far scomparire dal radar dei media qualsiasi altro tema e qualsiasi altro protagonista (compresi i sindacati che da sempre sono i promotori della manifestazione).

Infine, l’intervento di Fedez ha dettato l’agenda politica per tutta la settimana seguente. Con esponenti di ogni schieramento che si sono affrettati a far sentire la propria voce sulla vicenda, alcuni prendendo le sue difese altri invece tacciandolo di ipocrisia, e con Matteo Salvini che lo invita a prendersi un caffè per parlare di libertà e diritti come se si trattasse del segretario di un partito rivale.

Insomma, il ritratto perfetto di un contesto sempre più fluido in cui le distinzioni tra influencer, leader politici ed opinionisti si annullano nel calderone dei social.

Così, dinnanzi a questo scenario, alcuni si sono perfino spinti a paventare la futura nascita di un partito di Fedez come ultimo stadio di quel populismo digitale che sta logorando la politica tradizionale.

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Come ci mostra una rilevazione SWG, il 17% degli elettori accoglierebbe con favore un suo eventuale ingresso in politica. Un consenso più o meno in linea con quello di cui attualmente gode l'M5S, il cui inno fu scritto e interpretato da Fedez nel lontano 2014. Ed è infatti proprio tra i supporter pentastellati che raccoglie i gradimenti più elevati, seguiti da quelli del Partito Democratico. Mentre si mostrano molto più critici, per ovvie ragioni, i sostenitori leghisti e quelli di Fratelli d’Italia.

Ma la vera linea di faglia dalla quale il Fedez politico potrebbe beneficiare è quella generazionale. Sono infatti proprio i più giovani ad appoggiare una sua discesa nell’agone: 27% tra i ragazzi della gen Z e 24% tra i millenials. Molto più scettici invece i più adulti: 15% tra i baby boomers e 13% tra la generazione X.

“Il futuro è il Movimento 5 stelle” diceva sei anni fa il rapper - imprenditore in una intervista in onda su LA7. Chissà che adesso, di fronte al naufragio grillino, non voglia essere proprio lui ad incarnare quel futuro disatteso. D’altronde quasi 1 italiano su 5 è già dalla sua parte.

È uno scherzo tutto ciò? Forse sì. Ma forse anche no.