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Il dilemma di Giorgia: saprò essere forza di Governo?

di Roberto Arditti

Nessun exploit improvviso, nessuna repentina fiammata di consensi bensì un’ascesa costruita con perseveranza mattone dopo mattone. È il fattore tempo l’elemento più sorprendente della robusta avanzata di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia. Ci sono infatti voluti quasi nove anni perché il partito spiccasse finalmente il volo.

Prima di raggiungere i numeri attuali a doppia cifra, FdI ha lottato a lungo per la sua sopravvivenza con una crescita elettorale cementata a piccoli passi: 1.9% alle Politiche del 2013, 3.6% alle Europee nel 2014, 4.3% alle Politiche nel 2018, 6.4% alle Europee del 2019.

Così, il successo di Fratelli d’Italia rappresenta indubbiamente un’anomalia per una politica che oggi si gioca sempre più all’insegna della velocità con il destino dei partiti appeso ai primi risultati ottenuti nelle urne e con la popolarità dei leader destinata ad eclissarsi a breve scadenza.

Se la tonica ascesa a piccoli passi si tradurrà in consensi definitivamente solidi e difficilmente reversibili è ancora presto per dirlo. Quello che è certo è che la creatura politica di Giorgia Meloni oggi raggiunge una percentuale finora sconosciuta alla sua area d’appartenenza.

Primo partito in Italia con il 20.7% dei voti: sono questi i numeri che gli attribuisce l’ultima rilevazione SWG e che superano di gran lunga il miglior risultato ottenuto dal Movimento Sociale (9% nel 1972) ma anche lo storico 15% riscosso dalla nuova Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini nel 1996.

Fratelli d’Italia rivela dunque la sua natura di partito post-ideologico che riesce a sconfinare oltre il suo bacino elettorale tradizionale grazie alla dimensione nazional-popolare ( è un complimento) della sua leader, peraltro unica donna a capo di una forza politica in Italia.

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FdI appare così come un partito dalla duplice anima: in bilico tra la tentazione del “ghetto” che per decenni ha contraddistinto la galassia post-fascista ed il desiderio di rappresentare una destra rispettabile e di governo in continuità con l’abiura dell’esperienza repubblichina che ha segnato la nascita di Alleanza Nazionale.

Il duplice profilo di FdI finisce per rispecchiare la storia politica di Giorgia Meloni, prima militante dura e pura tra le fila del Fronte della Gioventù e poi volto simbolo dello sdoganamento istituzionale di AN.

Una sintesi tra identitarismo ed aspirazione governativa che consente (per il momento) a Fratelli d’Italia di fondere le due anime del centrodestra, compiacendo i quel che resta dell’atteggiamento nostalgico degli orfani della fiamma tricolore e al contempo sottraendo sempre più voti al mondo moderato un tempo egemonizzato da Forza Italia (e recentemente dalla Lega di Salvini).

Ma soprattutto il partito di Meloni riesce ad intercettare l’elettorato meno costante nella partecipazione al voto. Ben il 36% degli italiani che si recano in modo intermittente alle urne si dichiara infatti intenzionato a sostenere FdI.

Fratelli d’Italia punta quindi a diventare il “partito unico” dei liberal-conservatori italiani senza per forza ricorrere alla fusione (già più volte respinta) con gli altri attori della coalizione. La strada maestra è rappresentata invece dal tentativo di prosciugare il quanto più possibile i consensi dei suoi “amici-nemici” del centrodestra, sfruttando la combinazione propizia rappresentata dall’assenza di una solida opzione moderata, dalla momentanea fragilità di Matteo Salvini e dal ruolo di unica forza di opposizione (seppure dialogante) al governo di unità nazionale di Mario Draghi.

Così Meloni sogna di strappare al segretario leghista lo scettro del centrodestra. Per anni i media li hanno soprannominati Matteo e Giorgia: lui front runner indiscusso e lei gregaria subalterna. Adesso i ruoli nel tandem sovranista si stanno invertendo, per la prima volta stanno diventando Giorgia e Matteo.

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Sul futuro però pesa un’incognita di prima grandezza. Meloni infatti è condottiero credibile e coinvolgente se collocata all’opposizione, dove è rimasta in tutti questi anni. Nessuno sa però (forse nemmeno lei) come finisce se va al governo. Lì è tutta un’altra storia (citofonare Di Maio).