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Mattarella: sette anni di popolarità. Pregi (e qualche difetto) di un settennato

di Roberto Arditti

L’avvio del “semestre bianco” non porterà turbamenti particolari alla vita del governo, anche se in qualche passaggio parlamentare le ansie che serpeggiano nella stravagante coalizione che sostiene Draghi potranno emergere.

Saranno più che altro scosse di assestamento, figlie del fatto che tutti guardano con apprensione i sondaggi senza però avere un piano B (tanto a destra quanto a sinistra).

 

L’occasione è quindi ghiotta per tentare un esercizio forse doveroso ma certamente complesso, cioè provare a stilare un bilancio del settennato di Sergio Mattarella.

 

Siccome però è un’operazione ad alto rischio di soggettività, scelgo volutamente un doppio registro, capace forse di dare a chi legge qualche strumento di analisi di una certa utilità.

 

Iniziamo dal giudizio complessivo, su cui è opportuno fidarsi dei dati e dell’opinione degli italiani.

 

Su questo ci viene in soccorso una recentissima analisi SWG, i cui numeri sono preziosi ed inequivocabili: Mattarella gode di un consenso assai elevato (secondo solo a quello di Carlo Azeglio Ciampi) ed inoltre l’ha visto crescere anno dopo anno, mentre l’esatto contrario accadde a Scalfaro e Napolitano.

 

 

Insomma Mattarella esce assai bene dal settennato trascorso al Quirinale, al punto che c’è una quota tutt’altro che piccola di cittadini che ne vorrebbe rafforzati i poteri, come dimostra quest’altra rilevazione:

 

 

E qui si chiude la prima parte del ragionamento, perché i numeri hanno una loro forza oggettiva: Mattarella è con Ciampi il Presidente più apprezzato della Seconda Repubblica.

 

A questo dato quantitativo vorrei però aggiungere una riflessione, che provo ad articolare su quattro punti.

 

Sono a mio avviso i due elementi di successo del mandato di Mattarella ed anche i due aspetti meno vincenti, figli (gli uni e gli altri) del momento storico in cui si è articolata l’attività del Presidente.

 

Il primo dei due punti “forti” è intimamente legato alla grande dignità di comportamento applicata all’intero mandato, caratterizzata da una sobrietà generale che ha finito per risultare elemento di forza, soprattutto nei mesi più difficili della pandemia. Il Quirinale è così diventato punto di riferimento di un’Italia impaurita e preoccupata, bisognosa quindi di un Presidente calmo e rassicurante, ma non per questo distaccato o poco attivo.

 

Il secondo elemento di successo è rappresentato dalla gestione politica di questa legislatura, apertasi con il successo eclatante di M5S e Lega, cioè movimenti politici in aperta contestazione verso i governi precedenti con non poche istanze anti-sistema. Ebbene Mattarella dapprima incoraggia la nascita del governo giallo-verde e poi ne gestisce con sapienza il disfacimento, puntando comunque su una figura di equilibrio e moderazione come Giuseppe Conte (all’epoca assai più “tecnico” di adesso). Nasce cosi il governo giallo-rosso, figlio di un accordo tra due partiti in aperta contrapposizione sino al giorno prima, accordo che solo con la cucitura del colle più alto trova consacrazione ufficiale. Nel “terzo tempo” della legislatura poi Mattarella compie il suo capolavoro, complice la necessità di una più forte interlocuzione con l’Europa: coglie al volo (mettiamola così, non è qui il caso di spingere troppo sui retroscena) la dissociazione di Matteo Renzi dalla maggioranza per far decollare il governo Draghi, mettendo a disposizione dell’Italia un premier che è oggi la figura più importante dell’intero panorama istituzionale europeo.

 

Volgendo invece lo sguardo ai due aspetti deludenti del settennato occorre iniziare da una certa indole da prudente intellettuale siciliano che nel Presidente è comunque presente, anche figlia di esperienze tragiche vissute in famiglia. Essa si traduce a volte nella consapevolezza che molte cose andrebbero cambiate in questo Paese, ma che difficilmente lo si potrà fare. Mattarella cioè è stato un Presidente saggio e misurato, non certo un innovatore. Come a dirci, giorno dopo giorno, che su molti mali nazionali c’è poco da fare, sono parte di noi.

 

Infine c’è il quarto punto (e quindi il secondo “negativo”), che attiene al suo doppio ruolo di Capo dello Stato e Presidente del CSM. La crisi di pubblica stima e le forti tensioni interne al corpo della magistratura hanno trovato un argine al Quirinale, ma non sufficientemente robusto per impedire gli sconquassi che stiamo vedendo da mesi. Si poteva fare di più? Difficile dirlo, ma di certo l’accaduto ha generato e continua a generare problemi di non poco conto, di cui peraltro non si vede la fine.