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Conte e Letta (dicendo l'opposto) parlano chiaro sulla guerra. E gli italiani apprezzano

di Roberto Arditti 

 

I numeri sono numeri e vanno presi con tutta la loro forza (ed anche relativa volubilità). Però ci dicono cose interessanti, soprattutto nei momenti in cui le emozioni si mescolano e gli animi si scaldano. Ecco perché gli ultimi dati SWG parlano di un’Italia divisa forse come non mai, un’Italia provata dalla pandemia ed ora spaventata dalla guerra, un’Italia che a larga maggioranza condanna l’aggressione militare russa ma che al tempo stesso guarda con angoscia ad un più massiccio coinvolgimento nazionale.

In quest’Italia che cerca di capire cosa succederà sui campi di battaglia e nella prossima bolletta della luce si rende evidente il non semplice rapporto collettivo con i leader politici, rapporto che però finisce per premiare quelli che riescono a prendere posizioni più nette e più coerenti con il proprio elettorato.

 

Emergono cioè le figure di Conte da un lato e di Letta dall’altro, pure nella quasi grottesca condizione di essere probabili alleati nelle urne ma divisi sulla più importante vicenda politica del tempo recente. Conte piace perché si distingue cercando di negare il consenso del M5S all’aumento della spesa militare (che pure è cresciuta con il suo governo), mentre Letta piace perché tiene il PD su un rigoroso atteggiamento di sintonia con la NATO e l’Unione Europea. 

Più difficile è invece la posizione di Meloni e Salvini, anch’essi alleati (litigiosi) nelle urne ma in rapporto complesso con i loro elettori, probabilmente poco soddisfatti dal “pacifismo” del leader della Lega e dal prudente atlantismo della presidente di FdI.

Infatti Meloni, che pur mantiene altissima fiducia nel “suo” popolo”, finisce dietro Conte e dietro Letta quando viene giudicata in merito alla posizione tenuta sulla guerra in Ucraina: lo stesso accade a Salvini.

 

 

Il giudizio sui leader però sarebbe un dato “monco” se non lo mettessimo in collegamento con quello più complessivo sul periodo, giudizio che possiamo sintetizzare grazie ai dati sull’azione del governo.

 

 

Qui vediamo che c’è solo una robusta minoranza a sostenere l’esecutivo Draghi, perché la maggioranza degli italiani si dice insoddisfatta, mettendo così nero su bianco tutte le ansie che si muovono nelle teste e nei cuori. Ansie che trovano probabilmente una spiegazione anche in una certa “freddezza” del premier Draghi, autorevole figura di banchiere centrale/uomo delle istituzioni di assoluto prestigio, ma di una certa distanza “empatica” dai cittadini. 

Distanza riscontrabile anche in un quarto dato disponibile, per certi versi il più interessante. 

 

 

È infatti Conte il più gettonato pensando a Palazzo Chigi nel dopo Draghi, nonostante il vistoso calo del M5S degli ultimi mesi. Quindi l’ex premier è oggi assai più popolare del movimento che guida, situazione che potrebbe incoraggiarlo sulla strada della fondazione di un nuovo movimento (anche se lui non ha mai detto alcuna parola in pubblico sul tema).

In questa ipotetica gara vanno comunque bene sia Meloni che Letta, poi c’è un buon risultato di Calenda. Male, tutto sommato, Salvini, che in questa fase fatica a ritrovare il bandolo della matassa.