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Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Il pensiero fisso degli italiani (che spesso diventa incubo)

di Roberto Arditti


La paura è il filo rosso che tiene insieme gli sconvolgimenti politici degli ultimi anni. Non importa se questa poggi su solide basi di realtà o se sia campata per aria, quello che conta è che il 26 maggio i cittadini entreranno in cabina elettorale inquieti e con più ansie che certezze.
 
Ma esattamente cos’è che spaventa di più?

SWG ha stilato una “classifica” dei timori degli italiani e in cima alla lista troviamo (senza troppa sorpresa) il tema del lavoro. C’è però un potente elemento di novità su cui vale la pena riflettere.

Infatti, a far paura è innanzitutto la mancanza del lavoro e, solamente qualche posizione più in basso, la possibilità di perderlo. Un dato che rivela come gli italiani abbiano interiorizzato una precisa visione del cambiamento dei prossimi anni; ovvero quella che immagina un futuro dominato dalla disoccupazione tecnologica.
 
Si tratta quindi di un sentimento più profondo del semplice timore di essere licenziati. Una paura che ha il sapore della rassegnazione e che alimenta le rivendicazioni di un reddito minimo garantito.

Inoltre, la paura di una disoccupazione di massa mina le fondamenta dell’uomo moderno alterando la sua identità. Poiché svilisce quello che, da più di due secoli, è il principale strumento di autoaffermazione di sé: il lavoro.
 
Tutto ciò produce una robusta insoddisfazione personale che spinge il 70% degli italiani ad affermare che la qualità del lavoro negli ultimi 10 anni è peggiorata. Un dato inappellabile che spiega molto dell’attuale crisi di rappresentanza.


Qualità lavoro

Infine, se c’è un evento che più di tutti ha trasformato l’immaginario degli italiani, riconfigurando le loro paure, quello è sicuramente la crisi economica.
 
La “Grande recessione” ha segnato un inequivocabile spartiacque che consente di individuare con facilità un’epoca pre e una post 2007. Una netta linea di confine che separa “due Italie” dai volti e dai sentimenti radicalmente differenti.
 
È infatti a partire dal 2008 che il numero dei cittadini convinti che il Paese stia regredendo ha superato ampliamente quelli convinti che si stia modernizzando. Un divario che non sembra destinato a diminuire.

Regressione

Roberto Arditti