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I professori, croce e delizia del popolo

di Roberto Arditti


“Io faccio l’avvocato, lei non so”. “Da ottobre, mi chiami dottoressa”. Nello scambio di cinguettii al veleno tra Maria Elena Boschi e Paola Taverna torna in auge un’antica e mai risolta diatriba: quella della competenza in politica. Per valutare l’abilità di un parlamentare bisogna consultare il suo libretto universitario? E soprattutto, nell’epoca del “nuovismo”, l’esperienza è una virtù da esibire con un pizzico di autocompiacimento oppure un vizio da celare pur di non essere additati come vecchi arnesi del sistema?

A rivelarci come la pensano gli italiani su questo tema è un sondaggio di SWG.

Per la maggioranza dei cittadini (61%) la preparazione resta una dote ma esiste una numerosa minoranza (39%) che dice di non fidarsi degli esperti.

Ed è proprio dall’insofferenza verso “le tecnocrazie” che deriva buona parte delle ragioni della dirompente ascesa populista nel Vecchio Continente. Un astio verso l’élite che affonda le sue radici nella volontà di rinnegare una stagione, quella degli anni ‘90, in cui si è pensato che la “depoliticizzazione” fosse la panacea di tutti i mali. Così, nell’illusione di riuscire a tenere a bada le pulsioni emotive e irrazionali, si è affidato sempre più potere ad autorità indipendenti altamente specializzate.

Ad accrescere il risentimento verso “i professionisti” si è aggiunta anche la breve ma intensa parentesi del governo degli accademici; quello del bocconiano Monti e dei suoi ministri, passati, nel giro di pochi mesi, da essere acclamati come salvatori della patria ad essere dipinti come grigi burocrati del tutto insensibili ai bisogni degli italiani. Prova evidente che consenso e competenza non camminano quasi mai a braccetto.

Era stato lo stesso Luigi Di Maio, nei tempi d’oro tra i banchi dell’opposizione, a dire basta ai “professoroni”. Eppure, di fronte alla prova dell’esecutivo, ai pentastellati è toccato affidarsi (chi disprezza compra) al prof. Avv. Giuseppe Conte, ordinario di diritto privato. Una piccola rivincita degli “universitari” prima bersaglio prediletto e poi indispensabile appiglio per i populisti.

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All’ostilità, seppure minoritaria verso gli esperti, se ne associa un’altra molto più nutrita verso il cosmopolitismo.

Tra globalisti e localisti, il 61% degli italiani si schiera con questi ultimi chiedendo, prima di tutto, maggiore tutela per la realtà in cui vive. Numeri che oggi sembrano spingere gli elettori tra le braccia dei sovranisti ma che, in futuro, potrebbero fare la fortuna politica di un nuovo movimento ambientalista capace di mettere la tutela del territorio al primo posto dell’agenda. Una sfida che, allo stato attuale, nessuno tra le opposizioni sembra avere la forza di raccogliere.

Infine, la “spinta local” dimostra che oggi per guadagnare consenso serve una “politica delle piccole cose”, quelle che sono più visibili agli occhi dei cittadini: le strade pulite, i quartieri sicuri, gli autobus che passano in orario. Obiettivi banali ma per nulla semplici per i quali, se si vuole passare dalla propaganda all’azione, non si può fare a meno del contributo dei più “competenti”; ecco perché l’Italia di oggi che pensa di poter fare a meno dell’esperienza è come un cane che si morde la coda.

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