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Lo shock umbro spiegato con i numeri

Esperimento fallito ai blocchi di partenza. L’illusione di un nuovo bipolarismo tra un rinnovato centro-sinistra di governo e un fronte sovranista naufraga nelle urne umbre. Dopo 50 anni, cade un’altra roccaforte socialdemocratica. Un risultato atteso, ma non in queste proporzioni, che fa subito assumere all’abbraccio giallo-rosso di Narni (Conte, Zingaretti, Di Maio e Speranza) il sapore di un inspiegabile harakiri di governo.

È Swg a consegnarci una fotografia dei flussi di voto utile a comprendere le ragioni del trionfo della nuova Presidente Donatella Tesei.

 

Il primo dato degno di nota è l’exploit del centrodestra che sfiora quota 60%. Numeri alla Orban, che rivelano, da un lato, la presenza di una base granitica (79,1%), dall’altro, la capacità di mobilitare, in nome dell’ostilità all’esecutivo, nuovi elettori che alle Europee avevano preferito restare a casa (13,7%). Solo una piccola parte sono invece i travasi diretti dallo schieramento opposto (circa 3% sia dal M5s che dal Pd).

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Dopo la batosta agostana, Salvini si prende la sua rivincita personale grazie a una campagna elettorale che lo ha visto battere palmo a palmo il territorio senza tralasciare nemmeno le frazioni di poche anime.

Ma la vera sorpresa umbra è Giorgia Meloni, terzo partito sopra i pentastellati, capace di racimolare perfino qualche voto di ex elettori dela Lega. Non un exploit rapido e improvviso, bensì una scommessa vinta sul lungo periodo. Un consenso costruito con pazienza e lentezza che stona con le parabole fulminee alle quali ci ha abituato la “fast politics” di questi anni. Una prova evidente che Fratelli d’Italia si candida ad essere elemento decisivo della coalizione.

 

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Nonostante la scissione e i non pochi mal di pancia interni, il Partito Democratico tiene botta. Tuttavia, un elettore su cinque fugge verso l’astensione e quella dell’Umbria si aggiunge ad un filotto di sconfitte che ormai prosegue quasi ininterrotto dal 2016.

Segno che non basta cambiare leadership per risolvere i guai della sinistra, sono problemi più profondi con cui i dem devono, prima o poi, fare i conti se vorranno tornare ad essere competitivi.

 

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Ma la vera Caporetto è quella grillina. I pentastellati dimezzano i voti rispetto alle Europee, con una quota consistente di delusi che torna ad aderire al vero partito dell’antipolitica ossia quello degli astenuti (33,1%). Una bocciatura sonora della svolta istituzionale ed europeista voluta da Grillo e incarnata dal premier Conte, ma anche una critica fragorosa alla linea di Luigi Di Maio.

 

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Da rilevare poi che una parte dell'elettorato, tanto del M5S che del PD, sostiene di non aver votato il candidato comune perché scontenti del patto di governo.Così, l’incolpevole Bianconi finisce vittima di logiche nazionali più grandi di lui. Ragionamenti che dimostrano che quello umbro, pur nelle sue ridotte dimensioni, è stato davvero un voto sul governo e che l’alleanza giallorossa, per ora, appare piuttosto indigesta.

 

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