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Renzi alla guerra dei numeri

Di Roberto Arditti

Matteo Renzi è tornato a interpretare il ruolo che gli riesce meglio: il rottamatore. Questa volta nel mirino del leader di Italia Viva c’è il premier Giuseppe Conte, leader di un governo che proprio l’ex sindaco di Firenze ha tenuto a battesimo ma che però lo obbliga ad un convivenza con PD e M5S che (per ragioni diverse) gli sta decisamente stretta.

 

 

Insomma il senatore di Scandicci in appena due anni di legislatura si è rivelato capace di indossare panni diversi: prima “barricadero” e oppositore “senza se e senza ma” all’abbraccio con i pentastellati, poi regista del ribaltone agostano che ha portato alla nascita dell’esecutivo giallorosso e adesso picconatore con un piede dentro e uno fuori dal governo.

Una duttilità, ad essere sinceri, analoga a quella dimostrata dallo stesso Conte, passato con nonchalance da interprete primario di un’alleanza ultra-populista con Salvini e Di Maio vice premier a potenziale leader di un fronte europeista e antisovranista che guarda a sinistra.

Ecco allora avanzare una questione decisiva per l’attualità politica: perché Renzi fa tutto questo? E quali margini di successo elettorale gli consegnano questi atteggiamenti?

Una prima risposta arriva osservando le opinioni degli italiani in merito al duello sulla prescrizione tra il “sindaco d’Italia” e “l’avvocato del popolo”. Una rilevazione SWG ci mostra che il 43% dei cittadini dà ragione a Conte, il 38% (probabilmente in gran parte elettori di centrodestra) dice che hanno torto entrambi ed il restante 19% parteggia per Renzi.

 

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Un dato che all’apparenza sembrerebbe punire Renzi, ma che in realtà fa trapelare un segnale di speranza per il fondatore di Italia Viva.

Numeri che soprattutto disvelano la strategia messa in campo dal rottamatore per ritagliarsi un nuovo spazio politico, alternativo sia a quello presidiato da Salvini che a quello occupato da Conte.

Per comprendere a pieno la manovra renziana, dobbiamo volgere lo sguardo alle intenzioni di voto di questa settimana (anche qui prendiamo i dati SWG).

Così, ci accorgiamo che la linea Conte può contare sul solido sostegno dei due partner maggiori della coalizione (PD e M5S). Un sodalizio che sfiora quota 35%.

Per Renzi invece è tutta un’altra storia: Italia Viva stenta a decollare ed è ferma al 4,2% e ha l'incalzante necessità di andare a caccia di nuovi elettori.

Ecco allora che il 19% di supporto al senatore fiorentino nel braccio di ferro con Conte assume tutta un’altra luce. Si tratta cioè del tentativo di sconfinamento elettorale oltre il recinto (per ora molto stretto) della sua creatura politica.

Per Renzi dunque quello è il campo di potenziale espansione, quella la platea su cui concentrare l’azione politica dei prossimi mesi.

È una platea di sinistra? Poco in verità.

È una comunità favorevole al governo in carica? Forse ancora meno.

Ecco allora affacciarsi quella “voglia di opposizione” che sembra ormai prevalere nel leader di Italia Viva.

Non sappiamo cioè se quel 19% si tradurrà in voti nelle urne, ma quello che è certo è che da qui passano tutte le speranze renziane di costruire un polo autonomo dalla destra salviniana e dalla sinistra giallorossa.

 

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